Celebriamo il Natale nel buio di questa notte perché la nascita di Gesù è come uno squarcio di luce che illumina le tenebre in cui l’umanità è avvolta. Non occorrono molte parole perché ognuno di noi richiami alla mente i drammi, le tragedie che l’umanità sta vivendo in questo momento storico terribile. Le parole del profeta Isaia, che abbiamo sentito nella prima lettura, ci parlano proprio di questa luce che illumina le tenebre: «Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse. Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia». Il profeta si riferiva alla nascita del figlio del re, che in un momento molto difficile per il popolo di Israele era vista come un annuncio di salvezza, ma la profezia si spinge oltre e ci parla di una promessa di salvezza che Dio ha compiuto mandando nel mondo il suo Figlio, fatto uomo in Gesù di Nazareth e che anche per noi oggi è fondamento della nostra speranza. La luce che squarcia le tenebre è il dono di un bambino che porta in sé la giustizia, la sapienza, la forza: è il bambino nato da Maria a Betlemme di Giudea, il cui nome Gesù (che in ebraico vuol dire «Dio salva») dice la potenza e la grandezza di una salvezza che solo Dio può dare. L’annuncio gioioso degli angeli ai pastori indica in quel bambino il Salvatore e Paolo afferma che in quel bambino «è apparsa la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini».
Tocchiamo qui il cuore della fede cristiana: Gesù di Nazareth, il Figlio che è Dio come il Padre, ha assunto la nostra natura umana per realizzare la nostra salvezza. E’ quello che con linguaggio teologico viene definito il mistero dell’Incarnazione. Come afferma il Catechismo della Chiesa Cattolica «La fede nella reale Incarnazione del Figlio di Dio è il segno distintivo della fede cristiana»: un segno distintivo di cui però molti hanno perso la consapevolezza o che addirittura viene contestato, come possiamo vedere in alcune pubblicazioni che hanno un certo seguito nell’opinione pubblica. Non a caso papa Leone, ricordando i 1700 anni del Concilio di Nicea ha parlato di un «arianesimo di ritorno»: l’arianesimo è stata un’eresia che negava che Gesù fosse il Figlio di Dio, Dio come il Padre (o meglio «della stessa sostanza del Padre»), un’eresia che colpiva il cuore della fede cristiana. Papa Leone spiega così questa affermazione: «Ma c’è anche un’altra sfida, che definirei come un “arianesimo di ritorno”, presente nella cultura odierna e a volte tra gli stessi credenti: quando si guarda a Gesù con ammirazione umana, magari anche con spirito religioso, ma senza considerarlo davvero come il Dio vivo e vero presente in mezzo a noi. Il suo essere Dio, Signore della storia, viene in qualche modo oscurato e ci si limita a considerarlo un grande personaggio storico, un maestro sapiente, un profeta che ha lottato per la giustizia, ma niente di più. Nicea ce lo ricorda: Cristo Gesù non è un personaggio del passato, è il Figlio di Dio presente in mezzo a noi, che guida la storia verso il futuro che Dio ci ha promesso» (Leone XIV, Discorso nella Cattedrale dello Spirito Santo di Istanbul, 28 novembre 2025). L’unità in Gesù tra la natura umana e quella divina ha conseguenze importanti: «Il cristianesimo non è nato da un’idea, ma da una carne. Non da un concetto astratto, ma da un grembo, da un corpo, da un sepolcro. La fede cristiana, nel suo cuore più autentico, è storica: si fonda su eventi concreti, su volti, su gesti, su parole pronunciate in una lingua, in un’epoca, in un ambiente».
In questa santa notte, davanti al Bambino del presepio, rinnoviamo anche noi la consapevolezza del mistero dell’Incarnazione: adorando come i pastori una creatura debole e fragile, riconosciamo il nostro Salvatore, il Dio fatto uomo e chiediamo la grazia di poter vivere nella sua luce e nel suo amore.
