La Festa della Santa Famiglia, che celebriamo nella domenica successiva alla Solennità del Natale, costituisce un’appropriata cornice liturgica alla conclusione dell’Anno giubilare: il Giubileo infatti vuole ricordare l’evento dell’Incarnazione del Signore originariamente nell’anno centesimo, poi nel cinquantesimo ed infine nel venticinquesimo. La Festa della Santa Famiglia evidenzia la concretezza dell’Incarnazione; infatti il farsi uomo del Figlio di Dio all’interno di una famiglia ci permette di comprendere meglio come Lui ha condiviso in tutto, eccetto il peccato, la condizione umana. L’Incarnazione sta al centro della fede cristiana: ne è il segno distintivo e il cuore. Nell’anno santo che sta per concludersi abbiamo cercato di ritornare a questo centro, di riappropriarcene. Lo abbiamo fatto soprattutto con i numerosi pellegrinaggi a Roma, ma anche con i brevi pellegrinaggi alle chiese giubilari della Diocesi e ai luoghi di speranza presenti nel nostro territorio. Man mano che trascorrevano i mesi è cresciuto il desiderio di mettersi in cammino e di partecipare a questo evento di Grazia. Le modalità sono state diverse: chi si è inserito in un pellegrinaggio organizzato (dalla parrocchia, dalla Diocesi, da un gruppo), chi invece è partito da solo o con la propria famiglia. Tutti però hanno riportato a casa la memoria di una forte esperienza spirituale, come se i luoghi della fede avessero risvegliato un desiderio che si era assopito e aveva bisogno di essere riscoperto. Credo che questo sia il primo e più importante frutto di cui dobbiamo rendere grazie in questa celebrazione conclusiva. Ci siamo accorti che anche nel nostro tempo c’è un grande bisogno di Dio e che quando si creano le condizioni favorevoli questo bisogno si esprime in forme inaspettate. Sono stati soprattutto i ragazzi e i giovani a dircelo. Personalmente porto nel cuore due momenti molto significativi: la visione della basilica di San Paolo, sabato 26 aprile, zeppa di tremila adolescenti in preghiera e la loro gioia al momento dell’uscita; il silenzio, durato più di mezz’ora, di oltre un milione di giovani durante l’adorazione eucaristica sulla spianata di Tor Vergata la sera di sabato 2 agosto. Sono convinto che ne venga una indicazione preziosa anche per la nostra pastorale ordinaria: ciò che le persone cercano dalla Chiesa è di essere aiutate a fare esperienza di Dio, di trovare spazi di silenzio e di contemplazione abitati da singoli e da comunità che vivono una profonda relazione con il Signore. Di conseguenza dovremmo concentrare i nostri sforzi in questa direzione, evitando di disperdere tempo e risorse in iniziative di per sé buone ma che rimangono ai margini dell’esperienza spirituale.
Un secondo aspetto importante dell’esperienza di questo anno giubilare, è la riscoperta della dimensione di popolo nella nostra vita ecclesiale: chi ha partecipato ai vari eventi giubilari a Roma si è ritrovato con una moltitudine di pellegrini, ha vissuto celebrazioni in cui è stato sostenuto e quasi portato dalla fede e dalla preghiera di tanti fratelli. Anche qui significativa l’esperienza dei più giovani, che si sono scoperti con meraviglia a pregare assieme a tanti altri coetanei, cosa che purtroppo non succede nelle nostre parrocchie dove i ragazzi e i giovani si contano sulle dita due mani (o forse di una sola…). Questo ci insegna che abbiamo bisogno di metterci insieme, di unire le forze: dobbiamo superare la dispersione, tipica del nostro territorio polesano, perché solo così possiamo sperimentare la bellezza di essere una chiesa viva e trovare passione ed entusiasmo per la vita cristiana.
Il 2025 per l’umanità è stato un anno terribile, in cui abbiamo potuto toccare con mano le conseguenze nefaste del «disordine mondiale», dove le relazioni tra popoli e stati diversi sembrano governate solo dal diritto (ma sarebbe meglio dire dalla prepotenza) del più forte. In questo contesto si è rivelata felice l’intuizione di Papa Francesco di assegnare al Giubileo il motto «pellegrini di speranza»: il Giubileo infatti ci ha portato ad andare alle radici della fede e la fede genera sempre speranza. La speranza è un altro grande frutto di questo Giubileo. Ora, dopo esserci messi in cammino come «pellegrini di speranza» continuiamo ad impegnarci ad essere «testimoni di speranza»: ne abbiamo tanto bisogno, ne ha bisogno questo mondo sconvolto dalla violenza e dalla guerra!
Il Giubilo si conclude, ma come ha detto Papa Leone il giorno di Natale, Gesù Cristo resta. Anche se le porte sante si chiudono, Lui è la porta sempre aperta. Da quando Lui è venuto nel mondo tutto il nostro tempo è diventato un «anno di Grazia nel Signore», un unico grande pellegrinaggio verso la salvezza. Riprendiamo allora il cammino con fiducia sostenuti dalla «speranza che non delude», la speranza che nasce dalla fede in Gesù Cristo Nostro Signore.

