MESSA CRISMALE 2026. Le parole del Vescovo Pierantonio nel decennale di ordinazione episcopale

Mentre vi parlo ho davanti agli occhi un’immagine a cui spesso sono ritornato nel corso di questi dieci anni e che mi riporta al giorno della mia consacrazione episcopale

Ogni anno prima della Pasqua ci ritroviamo in questa celebrazione per vivere una forte esperienza di Chiesa: è significativa la definizione che il Pontificale romano dà della Messa crismale: «epifania della chiesa locale». Questa definizione dice che questa sera avremo la possibilità di sperimentare la bellezza e la ricchezza della nostra Chiesa diocesana nella varietà delle vocazioni, dei ministeri, delle provenienze. Quest’anno, come già è stato ricordato all’inizio, questa celebrazione è occasione per ricordare una tappa importante del nostro cammino ecclesiale, ovvero i dieci anni del mio ministero episcopale: una tappa che non è solo mia personale, ma tocca tutta la Chiesa diocesana. Ringrazio le autorità civili e militari, in particolare i sindaci, che hanno voluto con la loro presenza partecipare a questo momento significativo nel segno di quella collaborazione tra chiesa e società civile che in questi dieci anni abbiamo perseguito nella prospettiva di lavorare insieme per il bene comune di questo territorio.

Mentre vi parlo ho davanti agli occhi un’immagine a cui spesso sono ritornato nel corso di questi dieci anni e che mi riporta al giorno della mia consacrazione episcopale, un sabato pomeriggio in cui si celebrava la liturgia della seconda domenica di Quaresima, la domenica della Trasfigurazione. Al termine della celebrazione dissi queste parole: «Come per Pietro, Giacomo e Giovanni adesso anche per me viene il momento di scendere da questo monte e di iniziare un altro cammino. Sarà un cammino segnato dalla Croce di Gesù, ma so che potrò affrontarlo con un cuore trasfigurato dalla luce di quell’Amore, che nella consacrazione episcopale mi ha configurato a Lui, il Pastore grande delle pecore, il Buon Pastore, il Principe dei pastori». Ecco l’immagine che mi ha accompagnato e che ora ho davanti agli occhi: la Croce luminosa che trasfigura le fatiche e le prove e che dà una forza sempre nuova. In questi dieci anni le prove e le fatiche non sono mancate, ma ringrazio il Signore perché non mi ha fatto mai venire meno la sua luce e la sua consolazione: questo è motivo di fiducia e di serenità nell’affrontare insieme a voi il tratto di strada, ancora lungo, che mi sta davanti.

Questa sera più che fare bilanci (non è ancora il tempo per questo!) vorrei che insieme guardassimo avanti e cercassimo di prospettarci il cammino che ci aspetta. Più volte sono tornato in questi anni sull’idea che non dobbiamo lasciarci prendere dalla nostalgia di un passato che non può tornare, ma che dobbiamo insieme cercare di rispondere alle sfide del presente, accettando anche la condizione di povertà di una Chiesa che è un «piccolo resto», ma che comunque è chiamata ad annunciare il Vangelo. Il compito che ci attende non è tanto quello di tenere in piedi una rete di servizi che arrivi dappertutto, ma è quello di costruire delle comunità missionarie: comunità cioè che non si preoccupino tanto di occupare spazi e di essere al centro della vita sociale di un paese e di un quartiere, ma che sappiano offrire ospitalità e ascolto a quanti sono in ricerca. C’è «fame di comunità» perché c’è molta solitudine, anche tra i giovani e gli adulti; c’è «fame di comunità» perché ci sono molte domande che attendono di essere accolte e ascoltate. Purtroppo le nostre parrocchie fanno molta fatica a incrociare la vita quotidiana della nostra gente: occorre una forma diversa meno «centro di servizi» e più luogo di accoglienza e di dialogo, dove sentirsi a casa e dove intrecciare relazioni buone. Il progetto «Casa della Diocesi» a cui stiamo lavorando da anni ha proprio questo obiettivo: a partire dal centro della Diocesi, per poi arrivare a coinvolgere le vicarie e le unità pastorali del territorio, maturare e far crescere l’esperienza di una Chiesa che è come una casa accogliente e ospitale.

Per costruire comunità vere è necessario che recuperiamo la consapevolezza della dignità battesimale di ogni cristiano e della corresponsabilità tra laici e presbiteri nella comune missione di vivere e annunciare il Vangelo. Non c’è una comunità vera dove ancora tutto dipende dal parroco, dove i laici tutt’al più sono dei collaboratori per compiti ben delimitati, dove mancano esperienze di discernimento fatto assieme tra laici e presbiteri sulle iniziative pastorali ma anche su aspetti molto concreti come l’uso delle strutture parrocchiali. La crisi degli organismi di partecipazione (consiglio pastorale parrocchiale o di unità pastorale, consiglio parrocchiale degli affari economici) a questo proposito è significativa. Nella Visita pastorale ho constatato che pochissime parrocchie/unità pastorali hanno questi organismi, che sono giuridicamente obbligatori, qualche volta esistono solo sulla carta, più spesso non sono più stati rinnovati. Esistono dei collaboratori laici, ma ognuno svolge un suo compito. Anche in comunità grandi e vivaci chi partecipa alla vita della parrocchia e/o dell’unità pastorale lo fa in forma individuale, manca un luogo in cui ci si confronti e si maturino insieme delle prospettive e delle decisioni condivise. Talvolta ho fatto fatica a incontrare la comunità nel suo insieme (o anche solo una rappresentanza) e non semplicemente i membri dei gruppi o gli appartenenti ai singoli ambiti pastorali. Paradossalmente (ma la cosa ha una sua logica) è stato più facile incontrare la comunità nel suo insieme in alcune parrocchie più piccole.

Non sarebbe corretto attribuire questa situazione solo ai presbiteri: anche i laici hanno le loro responsabilità. Il clericalismo è una «malattia» che coinvolge tutti, preti e laici (anche religiosi e religiose…). Accanto al clericalismo «presbiterale» c’è anche quello dei laici che tentano di imporre il loro protagonismo e la loro autoreferenzialità e non accettano di dialogare e confrontarsi non solo con il presbitero ma anche con gli altri laici. E’ evidente che, se prevale questa logica, non si costruiscono comunità vere, tutt’al più si riesce a tenere in piedi dei servizi pastorali basati sull’intraprendenza e le competenze dei singoli.

Come uscire da questa situazione di stallo? Credo che la via sia quella di crescere tutti nella consapevolezza della nostra identità di discepoli del Signore: solo se mettiamo al centro la sequela del Maestro possiamo andare oltre la domanda, che già gli apostoli si ponevano, «chi sarà il più grande tra noi?». Non è questione di organizzazione e nemmeno di norme giuridiche, ma di una conversione evangelica che ci porti a mettere al centro non tanto le nostre persone e le nostre aspettative ma il dono che abbiamo ricevuto e che siamo chiamati a vivere e a testimoniare. Solo così potremo passare da un rapporto in cui laici e presbiteri si sentono «controparte» gli uni degli altri, in continua tensione se non anche in contrapposizione, ad un rapporto di condivisione profonda dove ci si percepisce, ciascuno con il proprio dono, realmente compartecipi della stessa missione. La testimonianza e l’annuncio del Vangelo si fa infatti insieme: se al presbitero spetta di garantire l’apostolicità della fede, ai laici invece compete rendere presente il Vangelo negli ambienti di vita (lavoro, scuola, politica, tempo libero).

Questa condivisione profonda della stessa missione ecclesiale risalta anche nel gesto che tra poco compiremo: insieme con il Vescovo, i presbiteri rinnoveranno le promesse della loro ordinazione e il popolo pregherà per loro perché siano fedeli ai loro impegni. E’ un momento che quest’anno ci provoca e ci interpella in modo tutto particolare alla luce delle recenti dolorose defezioni di alcuni nostri confratelli. Avremo modo Vescovo e preti di non sentirci soli: sperimenteremo infatti l’intima unione del sacerdozio comune, quello di tutti i fedeli, con il sacerdozio ministeriale, quello cioè del vescovo e dei presbiteri e avremo modo di ringraziare il Signore del dono che i ministri ordinati sono per tutta la comunità.

In modo particolare il nostro ringraziamento riguarderà i presbiteri che quest’anno festeggiano un particolare giubileo: don Massimo Barison e don Gabriele Fantinati, 50° di sacerdozio, don Licio Boldrin e don Bruno Cappato 60°. Ricordiamo nella preghiera anche quanti non possono essere presenti questa sera per l’età e le condizioni di salute o perché svolgono un ministero fuori Diocesi (penso a mons. Livio Melina e a mons. Luca Marabese).

Concludo invitandovi a proseguire insieme il cammino: il rito della benedizione degli oli ci ricorda che siamo sostenuti dallo Spirito di Dio, che attraverso l’unzione sacramentale fa di noi il popolo santo, un popolo di sacerdoti chiamato a proclamare di fronte al mondo la bellezza e la grandezza dell’Amore di Dio!

(nella foto: l’abbraccio col Vicario Generale, don Damiano Furini)