Carissimi Confratelli,
proprio un anno fa, abbiamo accolto le prime parole che Papa Leone XIV, appena eletto, ha rivolto a quanti accorrevano in Piazza San Pietro. Erano le parole semplici e decisive del Signore Risorto: «Pace a voi» (Gv 20,19). Non un semplice saluto, ma l’annuncio del Risorto alla comunità: la parola che apre le porte chiuse, fa superare la paura, rimette in cammino, fa gustare oggi quello che non finisce e di cui abbiamo bisogno. Da allora quelle parole non hanno smesso di accompagnarci e, direi, di lavorare dentro di noi e di indicare a tutti la scelta della pace. Il mondo è ancora di più un ospedale da campo e anche con meno difese perché, presi dagli individualismi e catturati dal vortice della forza, abbiamo sistematicamente indebolito i meccanismi di protezione, umiliando la garanzia del diritto come soluzione pacifica dei conflitti. Desideriamo dirlo all’inizio dei nostri lavori: Grazie, Santo Padre! Grazie per la sua mitezza, che è la vera forza di cui il mondo ha bisogno, per la fermezza con cui affronta i problemi e crea unità, per la pazienza con cui ci richiama a essere comunione.
Oggi sentiamo di estendere la nostra gratitudine per il dono dell’Enciclica “Magnifica humanitas”, che accogliamo come un dono prezioso, un faro di luce nel buio di pensiero e di violenza che talvolta avvertiamo intorno a noi. Questo documento, nel solco della Dottrina sociale della Chiesa, ci sprona nell’impegno a fare del bene comune, della destinazione universale dei beni, della sussidiarietà, della solidarietà e della giustizia sociale i principi di riferimento in un’epoca in cui la grande sfida è custodire l’umano. Infatti, «può accadere che aumentino i mezzi senza che cresca in pari misura l’umanità: si “ha di più” ma non si “è di più”, e la persona rischia di essere valutata soprattutto in base alle prestazioni che garantisce» (MH 94).
Ci sentiamo interpellati di fronte alle guerre, alle diseguaglianze sociali, allo sfruttamento del lavoro, al modello tecnocratico e agli egoismi verso le migrazioni dei popoli, alla cosiddetta “teologia della prosperità”. Questa è vantaggiosa solo per i potenti e legittima i conflitti armati, come fossero parte dello sviluppo di una cultura, chiamando addirittura in causa il nome di Dio, che starebbe dalla parte del più forte.
Papa Leone chiarisce un fraintendimento che pure tanti sostenitori ha trovato in passato, equivoco del quale era stato vittima anche Leone XIII «quando alcuni obiettavano che la Chiesa non doveva sprecare energie in questioni mondane, ma preoccuparsi di comunicare un messaggio di vita eterna» (MH 3). Con apostolica franchezza l’Enciclica ci ricorda che quel Papa «rispondeva con realismo e sapienza che l’annuncio del Vangelo non può dimenticare la vita concreta dei popoli» (MH 3). Come Leone XIII si misurò non con generiche «cose nuove», ma con la rerum novarum cupiditas, cioè la bramosia di esse, così Leone XIV aiuta tutti, cattolici e cristiani di altre tradizioni, credenti e non credenti, singoli e popoli, a guardare senza infingimenti ai rischi che ci stanno davanti e a cercare senza pigrizia ciò che può salvare il bene insostituibile della dignità umana, lasciandosi «provocare dalle domande» (MH 45) di questa generazione, diverse da quelle delle generazioni passate, ma uguali in un’urgenza che il Papa sottolinea.
Ci piace fare nostro, come Chiese in Italia, l’invito ad accogliere la verità come dono da condividere e non come possesso da esigere. Ci impegniamo a tradurre l’aspirazione verso la verità più profonda (cfr. MH 11) con scelte concrete che animeranno l’orizzonte pastorale dei prossimi anni, come peraltro il Papa ci ha chiesto nel nostro primo incontro del giugno 2025. Sentiamo, infatti, il pericolo di un fondamentalismo della verità, interpretata come forza delle proprie ragioni da imporre agli altri a qualunque costo, che ci rende chiusi al dono dello Spirito Santo e alla forza del messaggio di Gesù. La Chiesa non alza né pianta bandiere di conquista, ma cammina nella storia avviando processi di incarnazione della fede. Se «la verità non è un territorio da difendere, ma un bene da condividere» (MH 25), dobbiamo accettare che la verità del Vangelo cresca nel tempo, maturi «dentro l’intreccio concreto delle vite, delle comunità e delle culture» (MH 25). Il magistero offerto dalla Chiesa è diventato creatività nel mondo laicale, dando risposta ai tanti problemi sorti nella storia. Proprio le diversità nel popolo di Dio hanno saputo esprimere la cattolicità della Chiesa. Per questo, non si può piegare il magistero a conferma del proprio pensiero estrapolandone parti che fanno comodo: il magistero, invece, va letto nella Chiesa e con la Chiesa, in comunione con il Papa e i Vescovi, ma anche in ascolto dei battezzati che ogni giorno hanno le mani in pasta con la vita sociale. Siamo popolo e non la somma di singoli interessi. La sinodalità rimane uno stile da vivere nel quotidiano. Come non rimanere consolati dall’affermazione della “Magnifica humanitas” secondo cui «non è realistico pensare che la Dottrina sociale possa proporre una risposta unica e valida per tutti i contesti» (MH 26)? Accogliamo la nuova Enciclica come un «cammino di discernimento comunitario» (MH 27), che metterà insieme le migliori energie del Paese per un rinnovato entusiasmo nella costruzione del bene comune.
Lo stile del cammino ci rende partecipi di un grande progetto comune: una società dove è consentito alle persone di fiorire per i loro talenti (sussidiarietà), ma dentro una trama di relazioni solidali. Leone ci ricorda che «non siamo semplicemente vicini gli uni agli altri, ma affidati gli uni agli altri, perché ciascuno si faccia carico, per quanto può, della vita e delle ferite del fratello e della sorella» (MH 74). Intendiamo attivare percorsi di cura reciproca, di condivisione, di amicizia sociale e di cooperazione per non rimanere indifferenti verso i poveri e gli ultimi. La solidarietà è un modo di fare la storia perché fa crescere comunità e non assemblea di individui, ci rende comunità di destino e non frequentatori digitali.
Siamo chiamati a leggere questo tempo, con le sue ferite e le sue attese, alla luce di quella pace che il Risorto dona non quando tutto è facile, ma proprio mentre le porte sono chiuse e i discepoli hanno paura. Per questo, ci aiuta e possiamo farci accompagnare dalla scena del Risorto che visita i discepoli nel Cenacolo.
- Il Cenacolo e il nostro tempo
Il Vangelo di Giovanni ci mostra i discepoli chiusi in casa «per timore» (Gv 20,19). Le porte sono sprangate, la comunità è ferita, incerta, tentata di difendersi. È lì, non in un luogo sicuro e pacificato, che Gesù viene e sta in mezzo. Non rimprovera prima di tutto, non organizza subito, non distribuisce incarichi come se nulla fosse accaduto. Dice: «Pace a voi». Poi mostra le mani e il fianco. La pace cristiana nasce da ferite non cancellate, ma trasfigurate. Non è rimozione del male: la presenza del Risorto rende possibile una vita nuova proprio dentro la storia ferita. La pace la dona un uomo che ha affrontato il male e condivide con noi la sua vittoria. «L’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite» (MH 118). È pace che dona la forza di affrontare i problemi.
Questa parola illumina il nostro tempo. Viviamo in un mondo attraversato da guerre, paure, solitudini, diffidenze. La violenza sembra tornata a essere considerata il linguaggio normale della politica internazionale. Il riarmo, diverso dalla difesa, viene presentato come un destino inevitabile. La diplomazia fatica, il diritto internazionale è indebolito, la fiducia tra i popoli appare fragile. Eppure, proprio qui, in questo Cenacolo largo che è la storia odierna, la Chiesa ascolta ancora la parola del Risorto: «Pace a voi». La Chiesa vive in questo tempo difficile, che è un tempo di conflitti per troppi popoli, un tempo in cui si fa ricorso all’odio e allo scontro più che al dialogo e all’incontro. «La costruzione di un mondo in stato di belligeranza permanente è un male», scrive papa Leone (MH 210). Sappiamo come questa «cultura violenta della potenza» (MH 192) produce tanti dolori, morti, distruzioni e come, progressivamente, crei una cultura della forza che si riverbera non solo nelle relazioni tra Stati, ma anche sulla società stessa e nel comportamento delle persone.
L’esperienza dolorosa di questi ultimi anni e dei conflitti aperti mostra la follia della guerra. Infatti, la guerra è cambiata, anche con un utilizzo sempre più largo della tecnologia, ed è sempre più lunga per le armi temibili – tecnologiche – messe in campo. Non è vero che può essere pulita, evitando un gran numero di vittime. E poi a livello globale, con le sue conseguenze, la guerra colpisce anche i Paesi che non sono direttamente coinvolti. «È errata la convinzione che la deterrenza nucleare sia condizione indispensabile per la sicurezza» (MH 194) e non «esiste algoritmo che possa rendere la guerra moralmente accettabile» (MH 198).
Vediamo persino svilupparsi le agenzie di mercenari che fanno della guerra il loro modo di vivere: un vero regresso di civiltà. Aderiamo con tutto il cuore alla preghiera di Papa Leone, che nella Veglia a San Pietro dell’11 aprile ha avuto un suo momento alto e commovente. Il Papa ha detto con parole toccanti: «Basta con l’idolatria di sé stessi e del denaro! Basta con l’esibizione della forza! Basta con la guerra! La vera forza si manifesta nel servire la vita… […] Uniamo, dunque, le energie morali e spirituali di milioni, miliardi di uomini e donne, di anziani e di giovani che oggi credono nella pace, che oggi scelgono la pace, che curano le ferite e riparano i danni lasciati della follia della guerra […] Cari fratelli e sorelle, certo vi sono inderogabili responsabilità dei governanti delle Nazioni. A loro gridiamo: fermatevi! È il tempo della pace! Sedete ai tavoli del dialogo e della mediazione, non ai tavoli dove si pianifica il riarmo e si deliberano azioni di morte!».
Ci uniamo, con tutte le nostre energie, al Papa e ai miliardi che scelgono la pace. Facciamo sentire la nostra voce, gridando che è tempo di fare la pace. La spesa militare mondiale ha raggiunto la punta più alta nel 2025 con 2.887 miliardi di dollari: un aumento di quasi il 3%. È destinata a crescere di molto nel 2026. L’Europa è il Continente che ha conosciuto il maggiore investimento in armi con un incremento medio rispetto al 2024 del 14%. Tutti gli anni del Pontificato di Francesco sono stati segnati da una costante denuncia della pericolosità dell’investimento nelle armi, che diventa una premessa per la guerra.
Noi cristiani siamo – come abbiamo detto altre volte – il popolo della pace, eirenikòn genos, secondo Clemente di Alessandria, la stirpe della pace. Per questo Leone XIV, nel suo accorato appello nella Veglia per la pace, ha richiamato alla «responsabilità di tutti noi», a non rassegnarci nell’impotenza di fronte alla guerra. Sempre e ovunque, possiamo lavorare per la pace: «Un’immensa moltitudine che ripudia la guerra, coi fatti, non solo a parole. La preghiera ci impegna a convertire ciò che resta di violento nei nostri cuori e nelle nostre menti: convertiamoci a un Regno di pace che si edifica giorno per giorno, nelle case, nelle scuole, nei quartieri, nelle comunità civili e religiose, rubando terreno alla polemica e alla rassegnazione con l’amicizia e la cultura dell’incontro. Torniamo a credere nell’amore, nella moderazione, nella buona politica […] Ognuno ha il suo posto nel mosaico della pace!».
L’invito del Papa va recepito nella vita quotidiana, ma anche nell’orizzonte di quella del Paese e dell’Europa. È una stagione in cui tutte le prospettive cambiano per i nuovi orizzonti internazionali caratterizzati da mutamenti nelle relazioni tra Stati, come il diverso rapporto tra Europa e Stati Uniti (pilastro storico della vita internazionale), dall’emersione di nuovi soggetti politici nel mondo, dalla crisi del sistema multilaterale e della diplomazia. Per questo, è importante rilanciare l’azione degli Organismi internazionali per porre fine alla spirale della violenza, che stringe sempre più forte la sua morsa in tanti contesti del mondo, spesso noti come l’Ucraina e il Medio Oriente, la Terra Santa, spesso meno noti e, per questo, colpevolmente dimenticati.
L’Italia naviga nel mondo dell’età della forza tra crisi e incertezze. In un appello per l’Europa firmato con i Presidenti delle Conferenze Episcopali di Francia, Germania e Polonia, abbiamo sottolineato che è necessario procedere a una maggiore e più rapida coesione europea, perché gli europei ne hanno bisogno e il mondo ne ha bisogno. L’appello afferma che i cristiani «sono chiamati a condividere con tutti gli abitanti del continente europeo la loro speranza di una fraternità universale».
Il Santo Padre ci ha indicato con chiarezza alcune esperienze necessarie: percorsi di educazione alla nonviolenza, mediazione nei conflitti locali, iniziative di accoglienza capaci di trasformare la paura in incontro. Se non sappiamo più disinnescare l’ostilità con il dialogo, se non sappiamo custodire insieme verità e perdono, giustizia e misericordia, rischiamo di perdere qualcosa della nostra missione. Disarmati nella convinzione che solo così si può disarmare: non è ingenuità, è Vangelo vissuto nella storia. La sicurezza si costruisce pensandosi insieme, gli uni per gli altri non contro o senza gli altri, con relazioni giuste, istituzioni credibili, diplomazia tenace, cooperazione tra i popoli. Il dialogo non è mai debolezza. Avviarlo non è resa o peggio complicità. Solo il dialogo può sottrarre il mondo al vortice del riarmo, con i suoi giganteschi interessi, per di più non accompagnato da un analogo sforzo per cercare, preparare e percorrere vie di pace. Sono profetiche le parole di Papa Leone XIV all’Università “La Sapienza” di Roma: «Non si chiami “difesa” un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune» (Discorso, 14 maggio 2026).
La Nota pastorale «Educare a una pace disarmata e disarmante» che abbiamo approvato in Assemblea Generale ad Assisi, lo scorso novembre, è una prospettiva concreta che va promossa con slancio ed entusiasmo. Le nostre comunità siano case di pace e non violenza a tutti i livelli. Approfittiamo anche delle attività estive dei ragazzi per promuovere un’educazione alla pace e alla nonviolenza. Ringrazio tutti i genitori, i preti, gli educatori, i formatori che riserveranno energie per far crescere una vera cultura della pace, che accoglie, condivide, perdona, si prende cura e guarda al futuro. Non la paura, ma la fiducia è il terreno fertile perché cresca l’albero della pace. E ringrazio quanti in tanti modi, pagando anche di persona con ricatti, soprusi e violenze, manifestano concreta solidarietà nell’enorme sofferenza dei popoli colpiti da volenze e guerre. A questo proposito, desidero ricordare che anche quest’estate, dal 21 giugno al 2 agosto, centinaia di bambini ucraini vivranno in Italia un tempo di serenità e fraternità grazie al progetto “È più bello insieme” promosso dalla rete Caritas. Un’esperienza resa possibile dalla collaborazione con l’Ambasciata ucraina presso la Santa Sede, Caritas Spes e Caritas Ukraine, segno di una relazione che non si esaurisce nell’accoglienza temporanea, ma continua nel tempo.
- Una memoria che si fa speranza
Quando il Risorto si presenta non nasconde le sue ferite (Gv 20,24-29) e queste sono il segno più eloquente e incontestabile che si tratta proprio di Gesù. È proprio dalla sua umanità ferita che risplende la gloria di Dio. Pochi giorni fa, a Gemona, abbiamo ricordato i cinquant’anni dal terremoto del Friuli (6 maggio 1976). In quella terra ho ritrovato una lezione che vorrei portare qui, nella nostra Assemblea, perché parla a noi e al Paese. Moltissime Chiese locali parteciparono al soccorso e alla ricostruzione, con una comunione ancora oggi ricordata con commozione da chi aiutava e da chi era aiutato. La speranza cristiana non è l’ottimismo di uno sguardo superficiale, istintivo, epidermico che poi, quando si scontra con il dolore, si volta altrove o diventa rassegnazione e disperazione. La Chiesa svolse un ruolo decisivo di speranza, anima della ricostruzione, compagna di un popolo che aveva visto improvvisamente distrutta tanta parte del suo mondo. Lo fece sotto la guida di un grande Vescovo, molto amato, Mons. Alfredo Battisti, ricordato come pastore “mite e forte”, che ho conosciuto. Senza arroganza, anzi con molta preveggenza, Mons. Battisti si fece carico di un programma di ricostruzione alla luce del bene comune, non di interessi particolari o ecclesiastici. Fin dai giorni successivi all’evento, disse: «Prima le fabbriche, poi le case e poi le chiese». Ma la Chiesa non era al termine di questa storia, bensì dentro il processo di ricostruzione, anzi nel cuore di esso. Non è una vecchia storia, ma è una memoria che ci insegna molto anche nel presente, pur in mutate condizioni. La Chiesa può essere, rispettosamente e tenacemente, anima della ricostruzione morale, umana, del tessuto sociale del nostro Paese. Rispettosa con tutti, ma con l’ambizione di servire tutti.
A Venzone le pietre del Duomo furono numerate, una ad una, migliaia di pietre raccolte, custodite, ricollocate. È un’immagine che parla alla Chiesa e alla società. Non si ricostruisce cancellando il passato; non si rinnova cominciando da zero. C’è un futuro che nasce solo se sappiamo custodire ciò che ci ha preceduto, purificandolo, ricomponendolo, dandogli una nuova collocazione e prospettiva. Anche la Chiesa in Italia porta con sé pietre numerate: il Concilio, i Convegni ecclesiali nazionali, il Cammino sinodale, la carità diffusa, l’impegno educativo, la presenza capillare nelle comunità, patrimonio e memoria vivi, da trasformare perché possano rispondere alle sfide di oggi e siano condotte con l’indispensabile responsabilità sinodale.
- Con gratitudine
L’invito rivoltoci dal Papa nel nostro primo incontro – «guardate al domani con serenità e non abbiate timore di scelte coraggiose!» (Discorso, 17 giugno 2025) – deve guidare le nostre scelte e azioni. La speranza non ci fa fuggire dalla realtà: ci rende responsabili dentro di essa.
La speranza apre anche alla gratitudine. Conserviamo con affetto e riconoscenza la memoria dei nostri fratelli defunti. Sono sette:
S.E.R. Mons. Mario Milano, Arcivescovo-Vescovo emerito di Aversa;
S.E.R. Mons. Eugenio Binini, Vescovo emerito di Massa Carrara – Pontremoli;
S.E.R. Mons. Riccardo Fontana, Arcivescovo-Vescovo emerito di Arezzo – Cortona – Sansepolcro;
S.E.R. Mons. Paolo Gillet, Vescovo già ausiliare di Albano;
S.E.R. Mons. Domenico Graziani, Arcivescovo emerito di Crotone – Santa Severina;
S.E.R. Mons. Raffaele Nogaro, Vescovo emerito di Caserta;
S.E.R. Mons. Vincenzo Zarri, Vescovo emerito di Forlì – Bertinoro.
Accogliamo con gioia gli otto nuovi Confratelli:
S.E.R. Mons. Domenico Basile, Vescovo di Molfetta – Ruvo – Giovinazzo – Terlizzi;
S.E.R. Mons Andrea Carlevale, Vescovo ausiliare di Roma;
S.E.R. Mons. Augusto Mascagna, Vescovo eletto di Pescia e Pistoia;
S.E.R. Mons. Michele Morandi, Vescovo eletto di Faenza – Modigliana;
S.E.R. Mons. Manuel Nin Güell, OSB, Esarca Apostolico di Santa Maria di Grottaferrata;
S.E.R. Mons. Stefano Sparapani, Vescovo ausiliare di Roma;
S.E.R. Mons. Marco Valenti, Vescovo ausiliare di Roma;
S.E.R. Mons. Alessandro Zenobbi, Vescovo ausiliare di Roma.
Salutiamo anche i due Amministratori diocesani:
Mons. Francesco Iampietro (Benevento);
Don Matteo Antonelli (Terni – Narni – Amelia).
Ringrazio di tutto cuore i quattro Confratelli divenuti emeriti (che, come è ben noto, continuano il loro importante servizio e la loro presenza nelle nostre comunità):
S.E.R. Mons. Francesco Oliva, Amministratore Apostolico di Locri-Gerace;
S.E.R. Mons. Domenico Cornacchia, Vescovo emerito di Molfetta – Ruvo – Giovinazzo – Terlizzi;
S.E.R. Mons. Domenico Sorrentino, Arcivescovo-Vescovo emerito di Assisi – Nocera Umbra – Gualdo Tadino e di Foligno;
S.E.R. Mons. Fausto Tardelli, Vescovo emerito e Amministratore Apostolico di Pistoia e Pescia;
S.E.R. Mons. Mario Toso, Vescovo emerito e Amministratore Apostolico di Faenza – Modigliana.
Salutiamo anche S.E.R. Mons. Carlo Roberto Maria Redaelli, nominato Segretario del Dicastero per il Clero, che sta già svolgendo il suo ministero presso la Santa Sede, mentre continua a servire la Chiesa di Gorizia come Amministratore Apostolico fino all’ingresso di S.E.R. Mons. Dianin in programma il 12 luglio p.v. A Mons. Dianin e agli altri Confratelli che si preparano a vivere il ministero in altre Diocesi – S.E.R. Mons. Michele Autuoro (Benevento) e S.E.R. Mons. Cesare Di Pietro (Locri – Gerace) – il nostro ricordo nella preghiera, insieme a un sentito augurio.
Mi sia permesso anche un ringraziamento particolare a S.E.R. Mons. Erio Castellucci per il servizio svolto come Vice Presidente CEI e per il coordinamento del Cammino sinodale, ai membri uscenti del Consiglio per gli Affari economici e a tutti i Presidenti e membri delle Commissioni Episcopali.
Rivolgiamo un saluto cordiale e fraterno al nuovo Nunzio in Italia e nella Repubblica di San Marino, S.E.R. Monsignor Edgar Peña Parra, al quale rinnoviamo la nostra piena collaborazione, e un pensiero grato al suo predecessore, Monsignor Petar Rajič, Prefetto della Casa pontificia, per il servizio svolto, per la dedizione con cui ha accompagnato il cammino delle nostre comunità. Ricordiamo nella preghiera il Card. Emil Paul Tscherrig, che ha servito la Nunziatura fino al 2024, chiamato alla Casa del Padre lo scorso 12 maggio.
- Annuncio del Vangelo e promozione umana: un unico respiro
L’incontro con il Risorto allarga e scalda i cuori dei discepoli. A cominciare da Tommaso, che in un primo tempo era stato il più rivendicativo, forse perché ferito e diventa scontroso e dubbioso (cfr. Gv 20,24-29). Anche noi vogliamo far nostro questo entusiasmo basato sull’incontro con il Signore. E vorremmo che diventasse vita delle nostre comunità, quell’indispensabile visione che ci permette di affrontare i problemi. In queste giornate rifletteremo collegialmente sulle Linee di orientamento per l’attuazione del Documento di sintesi del Cammino sinodale. Ringraziamo il Cardinale Repole e il gruppo di Vescovi da lui coordinato, che ha lavorato al testo, raccogliendo le indicazioni preziose emerse dal Consiglio Permanente e dalle Conferenze Episcopali Regionali, e che così ha portato a compimento il mandato affidato dall’Assemblea Generale dello scorso novembre.
Il percorso sinodale ha dato conferma a un’intuizione antica della nostra Conferenza Episcopale, cui peraltro venne dedicato il primo Convegno ecclesiale nazionale di cui ricordiamo i cinquant’anni (Roma, 30 ottobre – 4 novembre 1976), ovvero che l’annuncio del Vangelo e la promozione umana non sono due binari paralleli. Sono invece un unico respiro. Quando la Chiesa annuncia Cristo, non si disinteressa dell’uomo; quando serve l’uomo, non mette tra parentesi Cristo. Il Vangelo non è un’idea religiosa da custodire in un recinto, ma – come ricorda Papa Leone sulle orme di Giovanni XXIII – una vita che entra nelle vene dell’umanità, le raggiunge, le risana, le rende più umane. Non siamo una Chiesa stanca. Conosciamo le fatiche, le diminuzioni, le fragilità, le distanze crescenti. Stiamo vivendo un’estroversione missionaria e una rinnovata capacità di dialogo: una Chiesa che si orienta tutta nella missione, nella trasmissione della fede e della bellezza di essere discepoli missionari. «Nessun luogo diventi un recinto, nessuna identità una tana» (Omelia, 2 aprile 2026).
È significativo che Papa Leone, nella lettera ai Cardinali per l’assemblea di giugno, abbia parlato della «necessità di rilanciare Evangelii gaudium per verificare con onestà che cosa, a distanza di anni, sia stato realmente recepito e che cosa invece resti ancora sconosciuto e inattuato». Il testo di Papa Francesco rimane la base su cui lavorare per pensare e vivere la Chiesa in questo XXI secolo globale. In qualche misura, questo invito può essere anche ripreso da noi, riportando Cristo al centro del nostro agire.
Un punto ineludibile resta, per la natura stessa della Chiesa, popolo di Dio, ma anche per la conformazione individualista della società, (da cui il relativismo così pericoloso) la costruzione della comunità o la conversione a essa delle nostre realtà (ristabilire le relazioni, l’io che trova se stesso dentro il noi). Su questo ho più volte insistito. È la risposta di accoglienza a quanti accedono al Battesimo da adulti: come e con chi continuare la vita cristiana? È una risposta anche a una società intrisa di solitudine e di relazioni inesistenti o poco affidabili. Mi ha confortato in questo senso la lettura degli scritti di Robert Prevost, quando era priore generale degli agostiniani, in cui sostiene più volte il valore centrale del fare comunità: «La “comunità” costituisce una dimensione fondamentale della nostra identità», afferma. Non si tratta solo di qualcosa che riguarda la spiritualità agostiniana, ma della vita cristiana in senso evangelico. Una comunità cristiana può tanto. Dobbiamo trovare le parole che sappiano rendere ragione della speranza che è in noi e che tanti cercano. Dobbiamo tornare all’essenziale, a una fede non scontata, ma libera, scelta, testimoniata, proposta con amicizia e senza arroganza. La Chiesa non guadagna nulla rimpiangendo il tempo in cui sembrava più ascoltata. Guadagna tutto se torna a parlare al cuore, con parole comprensibili e vite credibili, nei modi gioiosi. E dialogare con la modernità è indispensabile. Farlo non è cedevolezza perché dialogare non significa scendere a compromessi, ma compiere lo sforzo indispensabile per comunicare la bellezza e la forza del Vangelo.
Papa Leone nella Messa crismale ha detto: «I grandi missionari sono testimoni di avvicinamenti in punta di piedi, che hanno per metodo la condivisione della vita, il servizio disinteressato, la rinuncia a qualunque strategia di calcolo, il dialogo, il rispetto. […] La salvezza, infatti, può essere accolta da ciascuno soltanto nella lingua materna. […] La sorpresa di Pentecoste si ripete quando non pretendiamo di dominare noi i tempi di Dio, ma abbiamo fiducia nello Spirito Santo, che “c’è, anche oggi, come al tempo di Gesù e degli Apostoli: c’è e sta operando, arriva prima di noi, lavora più di noi e meglio di noi; a noi non tocca né seminarlo né svegliarlo, ma anzitutto riconoscerlo, accoglierlo, assecondarlo, fargli strada, andargli dietro. Anche i luoghi in cui la secolarizzazione sembra più avanzata non sono terra di conquista, o di riconquista. Noi viviamo anche fallimenti che dipendono dall’insufficienza nostra o altrui, spesso da un groviglio di responsabilità, di luci e ombre”».
- Costruire comunità in un Paese di solitudini
Mi colpisce il fatto che – secondo il racconto giovanneo – il Risorto sceglie di farsi vedere e di interloquire con il gruppo dei discepoli insieme. Li abbiamo conosciuti lungo tutto il Vangelo: ciascuno ha le sue caratteristiche personali, le sue virtù e le sue debolezze. Il Risorto sembra avere una attenzione per ciascuno, ma in quanto parte di una comunità credente.
Il nostro Paese conosce tante solitudini. Ci sono anziani che non aspettano più nessuno, giovani che faticano a immaginare il futuro, famiglie appesantite da ritmi e precarietà, adulti che portano in silenzio fallimenti e paure, fragili chiusi in un mondo in cui non sono padroni di sé stessi, poveri che diventano invisibili perché disturbano poco. Anche le nostre comunità ecclesiali possono essere attraversate da stanchezza, frammentazione, incomprensioni. Costruire comunità non è un’operazione di marketing pastorale. È la forma stessa della fede. Crediamo in un Dio che convoca, riconcilia, fa di molti un corpo solo.
Per questo continuiamo a stare vicino alle famiglie, ai giovani, agli anziani, a chi vive nella solitudine. Continuiamo a spenderci nella cura dei poveri. Continuiamo a educare al legame, alla pazienza, alla prossimità. E continuiamo, con serietà, il cammino di promozione della tutela dei minori contro ogni forma di abuso: l’ascolto delle vittime, il riconoscimento delle ferite, la conversione comunitaria, la responsabilità delle istituzioni ecclesiali. Una Chiesa adulta non nasconde le proprie ombre. Le porta alla luce della verità e della misericordia, perché solo ciò che è portato alla luce può essere guarito.
La comunità cristiana non è il luogo dei perfetti. Guai alla tentazione di comunità di presunti puri! Diventeremmo tutti dei fratelli maggiori che non comprendono non solo il minore ma lo stesso Padre! Siamo chiamati a essere santi, cioè pieni dell’amore di Dio, come solo la grazia di Dio può permettere. La comunità è il luogo di coloro che si lasciano riconciliare, il luogo del dialogo tra diversi. Per questo può diventare, anche nella società, laboratorio di umanità: non perché possiede soluzioni immediate, ma perché continua a credere che, annunciando il Signore Risorto, nessuno debba essere lasciato solo, scartato, straniero in casa propria.
- Giustizia: un metodo che rimetta al centro la persona
Quelli dopo Pasqua saranno stati giorni in cui i discepoli hanno potuto riprendere e approfondire ciò che Gesù aveva già detto in precedenza con la sua tipica amabilità e, insieme, decisione: «Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (Mt 6,33). Il Regno e la giustizia non possono non essere anche le nostre stelle polari, come Chiesa in Italia.
Il nostro mondo è segnato da una crescente “polarizzazione”, che ostacola il dialogo e l’incontro e alimenta un linguaggio aggressivo, oppositivo e violento, anche nel contesto politico. Il confronto democratico rappresenta un grande valore, ma troppo spesso si dissolve e lascia spazio a uno scontro che prescinde dai contenuti. Si accusa l’altra parte di non voler collaborare, mentre nello stesso tempo si rinnovano giudizi e modalità che rendono impossibile ogni collaborazione. Più volte, con libera e accorata insistenza — che solo il pregiudizio o un’ignoranza strumentale possono fraintendere — abbiamo ribadito che, per le riforme che riguardano l’architettura fondamentale della vita del Paese, è necessario un clima costituente, capace di coinvolgere il più possibile le forze politiche e la società civile. L’adagio di Papa Roncalli, «cercare ciò che unisce e mettere da parte ciò che divide», appare quanto mai distante dal clima corrente, contraddistinto spesso da semplificazioni e contrapposizioni. Eppure, quell’adagio conserva tutta la sua saggezza. Esiste un bene comune da ricercare insieme. La Chiesa non si sottrae a questa responsabilità come popolo di Dio: essa è seme di speranza e di unità nella storia del nostro popolo.
Il recente referendum sulla giustizia ha consegnato al Paese un risultato che ci sembra rappresentare un invito, rivolto a tutti, a riaprire con serietà e nel rispetto delle istituzioni la domanda essenziale: quale giustizia vogliamo costruire? Una giustizia credibile ha bisogno di tempi ragionevoli, decisioni prevedibili, norme chiare, istituzioni rispettate e persone responsabili.
La Costituzione ci ricorda che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato. È una pagina che non abbiamo ancora finito di leggere. Il sovraffollamento carcerario, la condizione di chi è detenuto e di chi opera negli istituti di pena, il dolore delle vittime, le attese delle famiglie, il bisogno di responsabilità e di riparazione chiedono un confronto ampio, competente e non ideologico. La giustizia non può essere indifferenza verso il male compiuto, ma non può nemmeno rinunciare alla possibilità di un futuro per chi ha sbagliato. Essa deve perseguire verità, responsabilità, sicurezza, certezza della pena, riparazione e dignità: è questo il modo migliore per rispondere anche al dolore delle vittime. È pertanto auspicabile che si apra un dialogo serio e non ideologico, un metodo che abbia qualcosa dello spirito costituente, perché solo un confronto largo, paziente e plurale può rendere onore alla complessità della materia.
- Giovani: evitare che odio generi altro odio
Nelle ultime settimane le cronache ci hanno consegnato immagini drammatiche: morti sul lavoro; violenza nei confronti di docenti, operatori sanitari, persone impegnate nella propria professione. Li ricordiamo tutti e di tutti sentiamo la ferita e la sofferenza, per chi è colpito, per i familiari, per tutta la comunità. Una tragedia immane che unisce destini di italiani e stranieri. Questi ultimi sono una parte non piccola della ricchezza del Paese. Non sono ospiti provvisori della nostra umanità. Sono persone, famiglie, volti, storie. Uno di loro, Sako Bakari, veniva dal Mali, aveva 35 anni e faceva il bracciante a Taranto. Il 9 maggio scorso è stato colpito a morte da un gruppo di giovanissimi, vittima di una violenza gratuita che lascia attoniti. Dietro questo fatto, così come dietro altri, c’è una povertà educativa profonda, come ha ricordato anche l’Arcivescovo di Taranto, Mons. Ciro Miniero: quando mancano relazioni significative, punti di riferimento, senso del limite, quando non si riceve amore disinteressato e non si riesce a dare un senso alla propria vita, si cerca forza nel gruppo, nel dominio sull’altro, nell’umiliazione del più debole. E se per anni il linguaggio pubblico alimenta sospetto e disprezzo verso chi è straniero o vulnerabile, allora la violenza trova un terreno ancora più fertile. Il problema dei giovani oggi non è soltanto cosa fanno, ma cosa sognano – o non riescono più a sognare. È difficile non lasciarsi prendere dallo scoraggiamento, ma poi ecco, sulle pagine di “Avvenire”, la lettera di Davide, 22 anni, accoltellato lo scorso ottobre a Milano da alcuni giovanissimi, in buona parte minorenni. «Non odio – scrive Davide –. Dovrei farlo, credo, sarebbe logico, ma non mi riesce… Se sei veramente in grado di metterti nei panni di chi dovresti odiare, forse, sei in grado anche di perdonare. E qualche parte dentro di me, che non voleva finisse così, lo ha fatto. Ho compassione per loro e li abbraccio».
Sono parole importanti in un tempo in cui prevalgono rabbia e invocazioni di vendetta. Forse il punto è proprio questo: i giovani non possono essere descritti soltanto come “violenti” o “smarriti”. Accanto a chi si perde nella brutalità, esistono ragazzi capaci di una maturità straordinaria. Che mondo stiamo consegnando ai più giovani? Che mondo vogliamo costruire insieme a loro? Come annunciare e vivere con loro il Vangelo di Gesù e che sia una passione personale e radicale? Occorre evitare che odio generi altro odio: la differenza, probabilmente, la fanno gli incontri, le comunità, l’annuncio incarnato della Parola e il coinvolgimento in esperienze che rendano concrete le esperienze spirituali.
- La sinodalità come forma della Chiesa
Oggi la nostra Chiesa ha uno stile, un metodo per essere testimone: si chiama sinodalità. È una forma della Chiesa. Significa, come ci è stato ricordato dal Cammino sinodale, camminare insieme con Cristo e verso il Regno di Dio, in unione con tutta l’umanità. Non riguarda solo alcune procedure. Riguarda il modo in cui ascoltiamo, decidiamo, esercitiamo l’autorità, accogliamo i conflitti, riconosciamo i carismi, assumiamo le responsabilità. Lo stile diventa sostanza. Una Chiesa, che ascolta, discerne, condivide passi e scelte comuni, annuncia il Vangelo in modo credibile. Da qui discende una conseguenza che dobbiamo nominare con franchezza e serenità: la riforma dei nostri processi decisionali. È una responsabilità ecclesiale. Si tratta di rendere più conforme le nostre strutture al cammino che abbiamo intrapreso. Una Conferenza Episcopale è un luogo di confronto, di discernimento, di sintesi del pensiero dei Vescovi sulle questioni rilevanti per la vita della Chiesa e per il bene comune. Diventa però segno credibile soltanto se nei suoi processi interni pratica davvero la collegialità che desidera promuovere.
In questa Assemblea, in cui eserciteremo la nostra collegialità con le elezioni di un Vice Presidente, dei membri del Consiglio per gli Affari economici e dei Presidenti delle Commissioni Episcopali, cominceremo a mettere a fuoco alcuni nodi decisivi: l’annuncio del Vangelo, l’iniziazione cristiana, l’istituzione strutturata dei Consigli pastorali, la corresponsabilità e la trasparenza nella gestione economica diocesana, un processo di verifica e revisione dello Statuto e del Regolamento della Conferenza Episcopale Italiana. Su alcuni il Papa ci ha indicato una direzione precisa: non si tratta di moltiplicare passaggi per rendere tutto più lento. Si tratta di rendere più ecclesiale ciò che facciamo. La collegialità è anche discernimento condiviso, esercizio evangelico dell’autorità, comunione che dà forma alla missione.
Questo è il nostro cantiere: lo avviamo non perché costretti dalle circostanze, ma perché desideriamo che la CEI sia sempre più uno strumento al servizio delle Chiese in Italia, capace di ascoltare, orientare, accompagnare, parlare al Paese con una voce che nasce dalla comunione e non dalla somma delle opinioni.
- La speranza come compito comune
Mi rendo conto di aver richiamato temi diversi: la pace, la memoria, l’annuncio, la comunità, la sinodalità, la giustizia. Ne aggiungo due: la casa e i cambiamenti climatici. È importante che le istituzioni tornino finalmente a guardare con attenzione alle tante persone e famiglie che soffrono per la mancanza di un alloggio dignitoso. In quest’ottica, il Piano Casa del Governo può rappresentare un passo significativo: auspichiamo che le risorse stanziate possano crescere ulteriormente e che fin da subito si promuovano – con i ministeri, gli enti locali e il Terzo Settore – percorsi di accompagnamento sociale, relazionale ed educativo che aiutino i più vulnerabili a ricostruire autonomia. Anche su questo siamo pronti a dare il nostro contributo.
Mi preme ricordare, però, un’altra questione molto importante e spesso dimenticata: sulle persone e sui territori più fragili incide fortemente la crisi climatica, che colpisce soprattutto chi ha meno strumenti per difendersi, chi vive in abitazioni precarie, chi abita zone esposte, chi dispone di minori reti di protezione. Non possiamo limitarci a intervenire soltanto nell’emergenza: occorre educare le comunità alla prevenzione, alla cura del creato, alla responsabilità collettiva e alla custodia concreta dei luoghi. Sabato scorso, nella sua visita ad Acerra, Papa Leone ha detto: «Il grido della creazione e dei poveri tra voi è stato avvertito più drammaticamente, a causa di un concentrato mortale di oscuri interessi e indifferenza al bene comune, che ha avvelenato l’ambiente naturale e sociale. È un grido che chiede conversione!». E ha ricordato «chi ha risposto al male col bene, specialmente una Chiesa che ha saputo osare la denuncia e la profezia, per radunare il popolo nella speranza» (Discorso, 23 maggio 2026). La carità, oggi, passa anche dalla capacità di leggere i segni di questo tempo, accompagnare le persone, diventare “ostinata resistenza”, passione educativa, onestà nel lavoro, equa distribuzione del potere e delle ricchezze, rispetto per le persone e per tutte le creature, e contribuire a costruire comunità più coraggiose e consapevoli. Tutte queste attenzioni non sono separate. Sono un solo filo. Il filo di una Chiesa che, in un tempo confuso, non rinuncia a essere lievito. Una Chiesa che non si rifugia nella prudenza quando occorre il coraggio e non si abbandona all’impazienza quando occorre la perseveranza. Una Chiesa che sa di non possedere il mondo, ma di doverlo amare; che non pretende di salvarlo da sé, ma testimonia il Salvatore.
Torniamo ancora al Cenacolo. Dopo aver detto «pace a voi», Gesù aggiunge: «Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi» (Gv 20,21). La pace non chiude i discepoli in una consolazione privata. Li manda coraggiosamente nel mondo. La Chiesa riceve la pace per diventare artigiana creativa di pace; riceve il perdono per diventare luogo di riconciliazione; riceve lo Spirito per non vivere più prigioniera della paura. Questo è anche il senso dei nostri lavori: non difendere un recinto, ma rilanciare nuovamente una missione.
Permettetemi di tornare, in chiusura, ad Assisi e a San Francesco. Davanti alla Porziuncola il Papa ci ha ricordato che Francesco e i primi frati condivisero insieme le tappe del loro cammino, si recarono dal Papa, perfezionarono e arricchirono insieme il testo iniziale. È un’icona semplice e luminosa dello stile sinodale. Nessuno cammina da solo. Nessuno possiede tutto il disegno. La fedeltà cresce camminando, ascoltando, correggendo, affidandosi.
Camminiamo anche noi così, con umiltà e fiducia. Non ci mancano le fatiche, né le domande, né le resistenze. Ma non ci manca il Signore. Ed è questo che basta per non cedere alla rassegnazione. Il Risorto continua a stare in mezzo a noi, anche quando le porte sembrano chiuse, e continua a dirci: «Pace a voi». Da questa pace ripartiamo. Con questa pace serviamo la Chiesa e il Paese. A questa pace affidiamo il nostro lavoro, invocando la materna intercessione della Beata Vergine Maria, Madre della Chiesa, del suo sposo Giuseppe e dei Santi e delle Sante venerati nelle nostre Chiese.

