PELLEGRINAGGIO DIOCESANO ALLA TOMBA DI S. ANTONIO

La priorità è il Vangelo: ce lo dice San Francesco d’Assisi, a ottocento anni dal suo transito al Cielo
03-06-2026

Il legame tra Sant’Antonio e San Francesco, che costituisce quest’anno il tema delle celebrazioni antoniane nel contesto dell’800° anniversario della morte di san Francesco, ci offre spunti di riflessione molto attuali. Nella percezione corrente il fatto che Sant’Antonio sia un seguace di San Francesco resta un po’ nell’ombra: della figura di Sant’Antonio infatti cogliamo prima di tutto la dimensione del taumaturgo, con riferimento ai miracoli e alle grazie ottenute tramite la sua intercessione, in secondo luogo la sua attività di predicatore che portò molti a convertirsi e a riconciliarsi. C’è però un aspetto più profondo che sta a monte di tutto questo e che è legato all’incontro del giovane Fernando (questo è il nome di battesimo del nostro santo) con il movimento francescano prima e poi con il Santo di Assisi.

Figlio di una famiglia nobile e ricca (discendeva da Goffredo di Buglione, il comandante della prima crociata) Fernando a 15 anni entrò tra i canonici regolari di Sant’Agostino nel convento di San Vincenzo alla periferia di Lisbona. Di lì chiese di trasferirsi nel convento di Coimbra, allora capitale del Portogallo, dove nel 1219 fu ordinato sacerdote. Fu proprio in quel periodo che incontrò una piccola comunità di seguaci di Francesco, che vivevano in un luogo appartato, una sorta di eremo, in capanne coperte di frasche, e vivevano di elemosina. Ad essi si aggiunsero cinque frati provenienti dall’Italia e diretti in Marocco come missionari tra i mussulmani.

Fernando era un giovane religioso colto e preparato: aveva studiato teologia e aveva davanti a sé la prospettiva di fare carriera e di servire la Chiesa in incarichi di prestigio, eppure sentiva dentro di sé il desiderio di qualcosa di diverso: non gli bastava essere un buon religioso, aspirava a vivere il vangelo per davvero. Per questo si sentiva attratto dallo stile di vita dei primi frati francescani. L’impulso decisivo ad unirsi a loro arrivò l’anno successivo nel 2020 quando i corpi dei cinque frati andati missionari in Marocco e martirizzati, furono portati a Coimbra. Fernando lasciò i canonici di S. Agostino e, a segnare il cambiamento di vita, assunse il nome di Antonio, in riferimento a  Sant’Antonio Abate, il padre del monachesimo, vestì il saio, il vestito povero e semplice dei seguaci di Francesco. Si mise subito a disposizione per la missione, ma durante il viaggio verso il Marocco la nave fece naufragio e giunse a Messina dove si unì alla locale fraternità francescana. Nel 2021 avvenne l’incontro con San Francesco ad Assisi, per il «Capitolo delle stuoie»: non sappiamo e se e che cosa si dissero, ma da questo incontro nacque un rapporto di conoscenza e stima reciproca, come attesta un biglietto di San Francesco, giunto fino a noi, con cui nel 1224 chiamava Antonio «mio vescovo» (cioè mio maestro, con riferimento alla sua cultura) e lo autorizzava ad insegnare teologia ai frati. Ciò che accomuna questi due santi – ed è questo il punto su cui voglio richiamar e la vostra attenzione – è la ricerca di vivere il Vangelo nella sua radicalità. Entrambi non si accontentavano solamente di essere persone religione, sentivano la chiamata ad un «di più». Sulle orme di Francesco l’amore per il Vangelo accolto come «dimora» per approfondire una relazione viva con il Signore e quale sorgente da cui attingere parole di giustizia e di riconciliazione ha caratterizzato l’intero percorso di Sant’Antonio ed è la chiave per comprendere la sua vita e la sua opera.

Anche noi come Sant’Antonio (e prima di lui San Francesco) abbiamo bisogno di fare questo passaggio ad un vangelo accolto e vissuto nella sua verità e nella sua radicalità. Per essere discepoli di Gesù non basta essere persone religiose: il cristianesimo non è neppure un fatto di semplice appartenenza o di identità. Faccio notare che oggi questo modo di intendere il cristianesimo ha successo specie nell’ambito pubblico-istituzionale: ci si proclama cristiani perché si sente il bisogno di difendere l’identità dagli stranieri che sono tra noi. Essere cristiani invece è un fatto di esperienza, esperienza del Vangelo: come dice Paolo nella seconda lettura è sperimentare che Gesù Cristo «ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’incorruttibilità per mezzo del Vangelo» (2Tim. 1,7).

Il Vangelo è sempre oltre i nostri ragionamenti umani, è sempre «eccessivo» nel senso che «eccede», va oltre la misura del buon senso umano. La grande tentazione è quella di «annacquare» il Vangelo, di togliere tutto ciò che ci disturba e quindi di renderlo accettabile, ma in questo modo tradiamo il Vangelo e lo rendiamo inefficace. Per sua natura invece il Vangelo rompe tutti gli schemi umani: è una parola inverosimile, impossibile e impensata: una parola radicalmente «altra» rispetto alle parole umane e per questo è una parola che per essere detta ha bisogno di essere accolta e sperimentata per pura grazia. È cristiano allora chi può dire come Gesù nella sinagoga di Nazareth «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».

Francesco di Assisi, e con lui Antonio di Padova, hanno accettato questa sfida, si sono lasciati afferrare da questa parola e per questo sono diventati essi stesso un Vangelo che parla ancora oggi a distanza di otto secoli. In questo modo ci mostrano la via da percorrere in questo tempo difficile per la Chiesa e per il mondo: non avere paura di vivere il Vangelo «sine glossa». È questa la nostra missione di discepoli di Gesù e come Ferdinando di Lisbona ha cambiato la sua vita ed è diventato Antonio di Padova dobbiamo avere il coraggio di rompere gli schemi e le abitudini che ci ingabbiamo e ci illudono di essere già arrivati.

Concludo citando un passo del discorso che la scora settimana Papa leone ha rivolto a noi Vescovi italiani, in cui ci ha invitati a tornare all’essenziale, guardando la Chiesa con lo sguardo del Cristo Risorto: «la priorità è il Vangelo: ce lo dice San Francesco d’Assisi, a ottocento anni dal suo transito al Cielo; ce lo ricordano la Evangelii nuntiandi di San Paolo VI e la Evangelii gaudium di Papa Francesco. Perché è dal Vangelo che nasce la fede, come incontro vivo con Cristo, morto e risorto, presente nella sua Chiesa. Oggi, nel contesto in cui siamo chiamati a operare, confrontandoci con altre prospettive di vita e con sfide antropologiche inedite, riportare al centro il Vangelo è il dono che dà entusiasmo alla nostra vita di Vescovi e l’urgenza che ci spinge».

Chiediamo questa sera a Sant’Antonio per la nostra Chiesa di prendere sul serio questi inviti e a tradurli in un rinnovato cammino di comunione e di missione.