La legge approvata lo scorso 2 settembre dal Consiglio Regionale del Veneto sulla “disciplina sanitaria del suicidio medicalmente assistito” merita qualche considerazione per mettere in evidenza le problematiche etiche che la normativa approvata tocca in modo significativo.
Un primo pensiero va alle persone che si trovano nelle condizioni per usufruire dell’assistenza che, d’ora in poi, nella Regione Veneto il Sistema Sanitario offrirà per arrivare al “suicidio assistito”: si tratta di situazioni estreme, alle quali va tutto il nostro rispetto e la nostra comprensione. La sofferenza di queste persone deve innanzitutto interrogarci se come singoli e come società abbiamo fatto tutto il possibile per trasmettere loro la nostra vicinanza e per dare tutto il sollievo possibile al malato e ai suoi familiari. In questi giorni la legge della Regione Veneto è stata presentata come una scelta di libertà: dobbiamo chiederci quale libertà sia possibile quando un malato non è stato adeguatamente assistito o quando la famiglia è stata lasciata sola. La vera sfida da affrontare quindi è quella di prevenire la richiesta del “suicidio assistito”: la libertà vera si ha quando al malato si offrono alternative valide alla richiesta di anticipare la morte. Non c’è un diritto di darsi la morte, c’è invece il diritto di essere curati ed assistiti. A questo proposito dovremo vigilare perché la possibilità di ricorrere al suicidio assistito, ora prevista per casi limitati, non si ampli progressivamente aprendo la strada ad una deriva eutanasica.
Va riconosciuto che la legge in oggetto prevede alcuni interventi per sostenere i malati (ad esempio le cure palliative): sarà importante tenere alta la guardia perché questi impegni siano mantenuti e non accada quanto già abbiamo visto per la legge 194 sull’aborto, per la quale è stata largamente disattesa la parte positiva di prevenzione e di aiuto alla donna.
Una seconda riflessione riguarda il coinvolgimento del Sistema Sanitario pubblico, che comporta un grave vulnus ad uno dei principi fondamentali della professione medica: a partire dal giuramento d’Ippocrate chi esercita una professione sanitaria si impegna ad operare per la vita: affidare a medici e altri operatori sanitari il suicidio assistito, sia pure in casi limitati, oltre a creare seri problemi deontologici, può costituire un pericoloso precedente.
Infine l’approvazione di questa legge sollecita un rinnovato impegno a difesa della vita da parte di tutti gli uomini di buona volontà e, in particolare, da parte di coloro che credono in Gesù Cristo e nel suo Vangelo. Ribadisco che il primo fondamentale impegno deve essere quello di non lasciare solo chi si trova in condizioni di grave infermità: occorre creare una rete che sostenga e accompagni i malati e i loro familiari. Sarà necessario inoltre un’azione politica che spinga la società civile a mettere a disposizione più risorse sostenendo la ricerca scientifica in questo campo, facilitando l’accesso a trattamenti innovativi, rendendo reale ed efficace la presa in carico delle famiglie da parte dell’assistenza pubblica.
Un altro fronte su cui impegnarsi è quello di aprire spazi di riflessione sul valore della vita umana, sul significato della malattia e della morte. Nessuna legge, tantomeno quella approvata in questi giorni, può dare risposta alle domande che nascono davanti a queste realtà che toccano la vita di ogni uomo. “Custodire l’umano”, come ci esorta Papa Leone XIV in Magnifica Humanitas vuol dire continuare ad interrogarsi, dialogando anche con chi ha un pensiero o una fede diversa dalla nostra, cercando insieme quelle soluzioni che maggiormente difendono la dignità della persona umana.
Rovigo, 3 settembre 2026
+Pierantonio Pavanello – Vescovo di Adria-Rovigo

