Nella messa vespertina del giorno di Pasqua ci viene proposto il racconto dei discepoli di Emmaus: non è solo per il contesto temporale (questo episodio si svolge verso sera), ma per un motivo più profondo. Fare Pasqua vuol dire incontrare il Signore Risorto e Luca, unico tra gli evangelisti, ci racconta come Gesù si accompagna ai due discepoli diretti a Emmaus e poi si fa riconoscere nel segno dello spezzare il pane. E’ interessante notare che solo di uno di questi due discepoli viene dato il nome: Cleopa, uno del gruppo storico dei seguaci di Gesù. Dell’altro invece non conosciamo l’identità: possiamo pensare che ciò non sia casuale, ma che l’evangelista abbia voluto in questo modo dirci che quanto accaduto ai due discepoli in cammino verso Emmaus è esemplare per tutte le generazioni successive. Nello sviluppo di questo racconto noi possiamo trovare al dinamica dell’incontro che ciascuno di noi può e deve fare con il Signore Risorto. È forse proprio per questo che solo di uno dei due ci viene tramandato il nome, mentre l’altro rimane anonimo, in modo che ciascuno di noi possa identificarsi con lui.
Torniamo allora alla sera del giorno di Pasqua. Dopo i giorni tragici della passione e della morte di Gesù, due discepoli decidono di lasciare Gerusalemme e di tornarsene a casa, a Emmaus. Anche loro come gli altri hanno sentito la notizia del sepolcro vuoto e sono pure a conoscenza di una visione di angeli che avevano annunciato alle donne che il Maestro era vivo, ma la loro delusione è così grande che queste notizie non bastano a trattenerli a Gerusalemme. Per loro tutto è finito «Speravamo fosse lui a liberare Israele …». Quanto sentiamo vicini a noi questi due discepoli: anche noi facciamo fatica a credere, siamo delusi e non sappiamo accogliere l’annuncio del Vangelo.
Gesù però non ci abbandona alla nostra tristezza e alla nostra rassegnazione: Gesù cammina accanto a noi solo che noi non ce ne accorgiamo. Questo è l’insegnamento che l’evangelista Luca ci vuol dare attraverso la figura di quel misterioso viandante che si accompagna ai due in cammino verso Emmaus. Gesù non si limita a camminare con loro, ma intavola un dialogo, li porta ad esternare quello che hanno nel cuore e spiega loro le Scritture. Quelle Scritture che ai due non dicevano più nulla cominciano a riscaldare il loro cuore e a trasformarli interiormente. Ecco che cosa può cambiare il nostro cuore e predisporci a vedere il Signore Risorto accanto a noi: è il Vangelo ascoltato ogni giorno con cuore umile e fedele che ci libera dalla fragilità e ci conduce al desiderio dell’incontro con lui. La richiesta «Resta con noi, Signore» può diventare la nostra preghiera.
Vorrei fermarmi sul modo in cui i discepoli di Emmaus riconoscono il Maestro. Gesù comincia a rivelarsi loro spiegando le Scritture, ma gli occhi di Cleopa e del suo compagno si aprono solo quando Gesù ripete il gesto di benedire il pane, spezzarlo e darlo loro. È il gesto compiuto da Gesù nell’ultima cena, è il gesto che riassume tutta la vita di Gesù come un’offerta definitiva nell’amore. Questo gesto spiega anche perché Gesù ha patito ed è morto sulla croce. Quel gesto fa comprendere quanto il viandante misterioso aveva detto lungo il cammino: «Bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria». Anche noi incontriamo il Signore quando comprendiamo che la salvezza passa attraverso la debolezza dell’amore e ci lasciamo coinvolgere nel dono di noi stessi. La fatica più grande per arrivare a credere sta proprio nell’accettare che la salvezza passi attraverso la croce e che anche le nostre croci abbiano un senso. Anche per noi, come ai due di Emmaus, sarà possibile riconoscere Gesù nel momento in cui decideremo di farci carico del dolore e della sofferenza del mondo, non solo il nostro dolore e la nostra sofferenza ma anche quella dei nostri fratelli. Allora capiremo veramente le parole della Scrittura e proveremo la gioia della fede.
