FESTA DELLA NATIVITÀ DI MARIA

Maria, la donna nuova, è colei che crede alla Parola e la mette in pratica
08-09-2026

Ascoltando le letture bibliche che la liturgia ci propone in questa festa della Natività di Maria forse ci siamo stupiti perché la presenza di Maria sembra quasi perdersi nel lungo elenco di nomi che costituisce la genealogia di Gesù riportata dall’evangelista Matteo. Una presenza «piccola» quindi quella di Maria, come piccola è la città di Betlemme di cui parla il profeta Michea preannunciando la nascita del Salvatore da una vergine. È proprio nella piccolezza e nel nascondimento che Dio interviene nella storia degli uomini: così è stato anche nella nascita della Vergine Maria, un evento nascosto, la cui grandezza è proporzionalmente inversa alla sua apparente irrilevanza. È questo il modo di agire di Dio, la nascita è proprio uno dei luoghi nei quali la creatività di Dio si insinua in modo discreto e incisivo dentro le pieghe della storia. Potremmo dire che in ogni nascita umana – non solo in quella di Maria – si manifesta una forza straordinaria, incontenibile, dal momento che il «miracolo» della vita si impone contro qualsiasi resistenza e difficoltà. Proprio in virtù della sua piccolezza, il nascituro è capace di afferrare l’esistenza come diritto che gli spetta e come promessa che lo attende. Una speciale presenza di Dio accompagna il momento in cui ogni creatura umana viene alla luce. Naturalmente tutto ciò risulta particolarmente vero per la nascita di Maria, la «madre» (1,18) del Signore, la cui venuta al mondo coincide con l’adempimento di tutte le profezie di salvezza seminate da Dio nella storia. È Lei la nuova Eva, la madre di una umanità nuova redenta dal peccato. Come Eva ha disobbedito al comando di Dio, Maria, la donna nuova, è invece colei che crede alla Parola e la mette in pratica. Per questo è la prima discepola del Signore e il modello di ogni discepolo. Credo sia necessario richiamare l’attenzione proprio su questo aspetto: Maria è madre del Signore proprio perché prima ancora è stata discepola. Come hanno insegnato i Padri della Chiesa, Maria ha concepito il Figlio di Dio prima ancora che nel grembo nel cuore, cuore che indica l’ascolto, la disponibilità, l’obbedienza del discepolo. Il discepolato di Maria nei confronti di Gesù è costitutivo della sua identità. Ne consegue che la prima grazia che dobbiamo chiedere a Maria è quella di insegnarci a essere discepoli del suo Figlio.

Vorrei a questo punto introdurre una domanda: quale consapevolezza abbiamo che essere cristiani vuol dire essere discepoli di Gesù? A prima vista si potrebbe pensare ad una domanda inutile, un artificio retorico. A me sembra, che soprattutto oggi, nel nostro ambiente, non sia così.  Proprio perché viviamo in un contesto di antica tradizione cristiana è diffusa la convinzione che l’essere cristiani sia un dato, come la cittadinanza, e di conseguenza il nostro è un «cristianesimo di appartenenza», che ci permette di distinguerci dagli altri (gli stranieri, gli appartenenti ad altre religioni, ecc.) ma che non comporta un’esperienza personale e autentica del Vangelo. Nasce da qui un uso identitario della religione, che è agli antipodi dall’universalismo del messaggio cristiano. La difesa dei «valori cristiani», spesso affermata dai nostri politici e amministratori, è lodevole se esprime il desiderio di portare nella società civile lo spirito di fratellanza, di giustizia e di riconciliazione predicato da nostro Signore, è contraddittorio quando invece intende creare delle barriere e delle divisioni a chi non è dei «nostri». Un altro esempio lo possiamo trovare nella vicenda dell’approvazione da parte del Consiglio regionale del Veneto della legge sul «suicidio medicalmente assistito». Questa legge, come i Pastori delle Chiese del Veneto non hanno mancato di evidenziare in questi giorni, presenta aspetti fortemente divergenti rispetto al valore evangelico della tutela della vita (specie quella dei più deboli e indifesi).  Molti dei consiglieri che l’hanno votata si sono affrettati a ribadire la loro identità cristiana e cattolica. Non credo siano in mala fede o facciano un uso strumentale della religione, ma è lecito chiedere loro quale significato diano al loro essere cristiani: solo un’appartenenza esteriore o un essere discepoli di Gesù e del suo Vangelo? È una domanda che ci riguarda tutti: del resto politici e amministratori sono lo specchio fedele di chi li ha eletti e che sono chiamati a rappresentare. Tutti, veneti, polesani, lendinaresi dobbiamo chiederci se il nostro dirci cristiani è solo un fatto di appartenenza ad una comunità sociale, umana o se risponde ad un cammino autentico di sequela del Signore Gesù. Un’adesione esteriore basata solo su elementi di carattere socio-culturale può rassicurarci e illuderci, ma se non arriviamo a sperimentare la novità e la forza del Vangelo rimane solo una maschera vuota. Per dirci discepoli di Gesù occorre che ci sforziamo di fare nostri i criteri del Vangelo conformando a Cristo tutta la nostra vita e il nostro agire, andando anche contro corrente e non adeguandosi al pensiero dominante. Dovremmo pertanto essere molto cauti nel dirci cristiani: come dice S. Ignazio di Antiochia «è meglio essere cristiani senza dirlo che dirlo senza esserlo». Impariamo da Maria a diventare veri discepoli di Gesù disponibili a seguirlo e testimoniarlo anche in un mondo che non lo conosce più.

Lendinara – Santuario del Pilastrello – 8 settembre 2026