COMMEMORAZIONE DEI FEDELI DEFUNTI

«Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio». Il ricordo dei nostri cari defunti diventi allora motivo di speranza e di impegno.
02-11-2026

È importante che una volta all’anno il 2 novembre ci fermiamo a ricordare i nostri fratelli e sorelle che ci hanno preceduto oltrepassando la soglia della morte: il legame con i defunti è un sentimento profondamente umano, che dobbiamo custodire e coltivare. È un sentimento di gratitudine e di riconoscenza per quanto questi nostri fratelli e sorelle ci hanno donato durante la loro vita ed è motivo per dare un senso sempre più pieno alla nostra esistenza. La riflessione sulla morte infatti è strettamente legata al senso della vita: è alla luce della morte che noi possiamo comprendere il senso della nostra esistenza terrena.

È questo il messaggio che ci dà la liturgia che stiamo celebrando: ciò di cui facciamo memoria in questa celebrazione non è la morte, ma la risurrezione. La liturgia non ha lacrime, se non asciugate dalla mano di Dio; essa infatti non pronuncia parole sulla fine ma sulla vita.

Le letture che abbiamo ascoltato ci invitano a guardare a quello che ci aspetta dopo la morte come la realizzazione piena della nostra umanità grazie all’incontro definitivo con Dio.

Per la prima lettura, tratta dall’Antico Testamento, la vita oltre la morte si fonda sulla comunione piena con Dio: «Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio». Già durante la loro esistenza terrena i giusti sono immersi in un dono di eternità, che avvolge tutto il loro essere. Anche se il loro cammino terreno è segnato da sofferenze, prove e oscurità, anche se la loro morte sembra un fallimento, essi sono nella pace, perché il loro percorso terreno, che è già segnato dalla presenza di Dio e quindi non può che portarli a vivere in Dio.

Nella scia del messaggio del Libro della Sapienza possiamo leggere anche il brano dell’Apocalisse nella seconda lettura, in cui si parla di «nuovi cieli e nuova terra», al centro dei quali sta la nuova Gerusalemme, la casa di Dio con gli uomini. Questa dimora è data in dono da Dio a quanti credono in Lui e nel suo Figlio Gesù, il Crocifisso Risorto. La promessa di Dio ci viene trasmessa con espressioni di grande forza e suggestione: «Ecco la tenda di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio. E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate».

La pagina del Vangelo ci presenta infine la via per raggiungere la vita che non ha fine: le beatitudini sono il progetto del Regno di Dio. La promessa di Dio di una vita beata è rivolta a chi, proprio attraverso la povertà, la sofferenza, la persecuzione, si affida a Dio ed entra nella logica del suo Regno. È seguendo questo programma, umanamente scandaloso, che possiamo ricevere l’«eredità della terra» ed essere ammessi alla visione di Dio».

Gesù non ha mai promesso che i suoi amici non sarebbero morti. Per lui il bene più grande non è una vita lunga, un sopravvivere all’infinito. L’essenziale non sta nel non morire, ma nel vivere già una vita risorta. L’eternità è già entrata in noi molto prima che accada, entra con la vita di fede (chiunque crede in Lui ha la vita eterna), entra con i gesti di amore che compiamo nella vita di ogni giorno. Il Signore ci insegna ad avere più paura di una vita sbagliata che della morte. A temere di più una vita vuota e inutile che non l’ultima frontiera che passeremo aggrappandoci forte all’abbraccio del Padre che non ci lascerà cadere.

Il ricordo dei nostri cari defunti diventi allora motivo di speranza e di impegno. Se siamo con Dio, anche noi possiamo sperare in una vita che non finisce con la morte. La fede nel Dio della vita è l’unica vera risposta all’enigma della morte.