Il titolo di “Madonna delle Grazie” con cui veneriamo la Vergine Maria in questo nostro Duomo ci richiama la mediazione materna di Maria sperimentata nel corso dei secoli da tanti fedeli, che ricorrendo all’intercessione di Maria davanti alla venerata immagine qui custodita, hanno ottenuto da Dio una risposta alle loro suppliche. Possiamo immaginare quante sofferenze fisiche e spirituali hanno trovato sollievo tramite la preghiera ricca di fede rivolta al Signore tramite la sua Madre. Qui tante generazioni di cristiani hanno sperimentato che Maria è veramente la nostra madre, perché con Lei e attraverso di Lei si impara a credere e a pregare.
L’intercessione, o se volete la mediazione materna di Maria, chiede la nostra partecipazione: in altri termini la Madonna, per rispondere alle nostre richieste, ci chiede di fare la nostra parte. Lo vediamo molto chiaramente nel racconto del miracolo di Cana: Maria non si limita a chiedere a Gesù di intervenire a favore degli sposi che rischiavano di veder finire anzitempo la loro festa, ma si rivolge anche ai servi: «Fate quello che vi dirà». Anche a noi Maria questa sera dice «Fate quello che vi dirà». Queste parole racchiudono un invito non solo genericamente a fidarsi del Signore ma a diventare suoi discepoli, mettendo in pratica la parola del Vangelo. Noi siamo portati a vedere la risposta alle nostre preghiere come qualcosa che chiede a noi di fare qualcosa come un prezzo da pagare (la preghiera, un’offerta, un pellegrinaggio), ma che non comporta un cambiamento profondo della nostra vita. Invece i doni di Dio (le «grazie») si ricevono nella misura in cui ci mettiamo a seguire Gesù e trasformiamo la nostra vita perché sia sempre più simile alla sua. La prima grazia allora che dovremmo chiedere alla Madonna è quella di diventare dei veri discepoli di Gesù: da questa grazia dipendono poi tutte le altre!
Vorrei a questo punto introdurre una domanda: quale consapevolezza abbiamo che essere cristiani vuol dire essere discepoli di Gesù? A prima vista si potrebbe pensare ad una domanda inutile, un artificio retorico. A me sembra, che soprattutto oggi, nel nostro ambiente, non sia così. Proprio perché viviamo in un contesto di antica tradizione cristiana è diffusa la convinzione che l’essere cristiani sia un dato di fatto, un’etichetta che ci troviamo appicciata addosso perché siamo nati qui in Italia, in Veneto, a Rovigo, qualcosa di simile alla cittadinanza. Di conseguenza il nostro è un «cristianesimo di appartenenza»: siamo cristiani perché apparteniamo ad un gruppo sociale e sentiamo l’identità cristiana ci distingue dagli altri (gli stranieri, gli appartenenti ad altre religioni, ecc.). In questa prospettiva l’identità cristiana non appare legata ad un’esperienza personale e autentica del Vangelo. Il rischio che corriamo quindi è quello di dirci cristiani, ma di non esserlo: non si può essere cristiani se non si cerca di essere dei discepoli, uomini e donne che cercano di dare alla loro vita la forma della vita di Cristo, facendo esperienza concreta del Vangelo. Essere discepoli significa proprio questo: passare da un «cristianesimo di appartenenza» ad un cristianesimo di «esperienza».
Fare esperienza del Vangelo vuol dire sperimentare, toccare con mano, un modo di vivere che va contro quello delle mode e delle ideologie dominanti perché è lo stile di Dio, un Dio che ha scelto gli umili e i poveri e che alla fine (cf Matteo 25)ci giudicherà proprio su come abbiamo trattato i poveri, gli affamati, i sofferenti: questa è la «cartina al tornasole» della nostra identità di cristiani ed è l’aspetto che più ci fa difficoltà.
Credo che il tempo che viviamo ci provochi a un cambiamento profondo anche come comunità cristiana: non abbiamo bisogno di tanti che si dicono cristiani ma non hanno ancora scelto di provare a vivere il Vangelo, ma occorre che qualcuno si decida a farsi discepolo di Gesù.
Questa sera Maria ci invita a non limitarci a dirci cristiani, ci dice che non basta seguire una tradizione e mettere in pratica le devozioni che ci sono state tramandate. Occorre seguire veramente Gesù. Ancora una volta come a Cana di Galilea ci dice: «Fate quello che vi dirà».

